NAQUELE TEMPO – A Escravidão (parte 1 de 2)

Quinta Edição, Março 2013:

A ESCRAVIDÃO

Navio_negreiro_-_RugendasTexto de Sapeca

Al contrario di ciò che generalmente si pensa non è stata la scoperta del nuovo mondo ad aprire le porte alla schiavitù. Questa purtroppo era già in usanza in varie parti del mondo, nel mondo occidentale ma anche in Africa era una pratica che già si conosceva.
Dopo la scoperta del Brasile (e l’America in generale) intorno al 1500, ci furono vari insediamenti, prima da parte dei portoghesi e poi da parte di francesi e olandesi. Con la nuova colonizzazione, l’introduzione di nuove coltivazioni (prevalentemente tabacco e canna da zucchero) e vista la grande richiesta di questi prodotti, si aveva bisogno di una grande quantità di manodopera per il lavoro pesante.
Dapprima si era tentato di usare gli indigeni locali ma questi non risultarono adatti fisicamente e inoltre c’era un alto tasso di mortalità tra loro dovuto alle nuove malattie che i conquistatori portarono.

Le nuove scoperte geografiche, i viaggi che venivano intrapresi per il commercio di mercanzie, hanno portato alla compravendita legale di esseri umani, questi venivano in maggioranza dal continente africano e portati nel nuovo continente delle americhe per essere sfruttati fino alla loro morte, per circa una quindicina di anni se andava bene.
Gli europei entrando in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra delle altre tribù, barattavano o compravano questi schiavi, decisamente più adatti a sopportare il lavoro pesante (da un punto di vista meramente fisico).
Gli schiavi venivano comprati, legati e ammassati nelle stive delle navi. A volte prima che il carico si riempisse passavano giorni, terrorizzati dai bianchi che li minacciavano in una lingua incomprensibile, non potevano comunicare tra di loro, lontani dalla loro casa e strappati dalle famiglie. Erano fatti salire senza indumenti e venivano loro tolti tutti gli amuleti di protezione, ammassati e stipati si sentivano soli, persi e senza radici. Venivano battezzati con nomi nuovi per essere importati nella cultura cristiana, dovevano dimenticare il loro paese d’origine e chi erano, marchiati a fuoco o sul petto, o sulle braccia o sulle cosce.
In un carico venivano presi schiavi di varie nazioni, tribù e famiglie diverse, così non potevano complottare insieme, non potevano parlare tra di loro e tante volte esistevano già delle rivalità. Questo aiutava i compratori ad avere meno rivolte all’interno delle stive, e difficoltava l’integrazione della popolazione schiava. Si prendevano uomini, donne per i lavori domestici e per soddisfare i padroni, e a volte anche i bambini.
Per tutto il tragitto dell’atlantico, erano ammassati un con l’altro, tanto allo stretto da non potersi nemmeno muovere, legati costantemente, veniva dato loro da bere e mangiare il minimo indispensabile per arrivare vivi.
Circa il 15 per cento di loro non c’è la faceva a sopravvivere, i morti venivano gettati in mare o lasciati li dov’erano. Malattie vomito e diarrea erano all’ordine del giorno. I viaggi duravano mesi e circa una decina di giorni prima dell’arrivo, una volta al giorno venivano fatti uscire per circa un’ora fuori all’aria aperta per arrivare in terraferma con un aspetto più salutare. I trafficanti dovevano mantenere il più possibile gli schiavi vivi, più morti c’erano meno era il loro guadagno. Alcuni cronisti registrarono che era il fetore delle navi ad avvisare quando stava attraccando un nuovo carico.
Le donne, molte volte, erano oggetto di consumo per i marinai e trafficanti. Alcune che già partivano in stato di gravidanza, erano costrette a partorire in quelle condizioni, per lo più vedevano nascere un figlio che nel giro di pochi giorni sarebbe morto.
La vendita degli schiavi avveniva direttamente nei pressi del porto, aspettavano seduti senza una branda su cui riposare, ammassati donne e uomini nudi, il tempo necessario per essere comprati. Erano guardati e palpati come animali, a volte gli davano delle frustate per mostrare il loro grado di agilità. Venivano scelti in base al lavoro che dovevano svolgere, quelli che lavoravano in casa erano scelti anche a seconda della loro bellezza, per essere più presentabili, generalmente venivano separati i nuclei familiari.
Le case senzala erano baracche con delle stuoie al suolo, senza finestre e solo dei buchi per far circolare l’aria e per l’illuminazione. A volte i signori avevano un occhio di riguardo per le coppie, perché potessero mettere alla luce nuove braccia per la manodopera. Avevano vestiti di ordinanza, di cotone bianco grezzo, un vestito era l’unica cosa che possedevano e doveva durare per anni.
In alcune piantagioni i padroni davano loro un piccolo pezzo di terra perché coltivassero quello che gli serviva, il ricavato andava una metà al padrone e l’altro era usato per sfamarsi o venduto in cambio di cachaça, tabacco o un vestito nuovo. Chi riusciva a guadagnare abbastanza per comprarsi la libertà generalmente era già troppo vecchio e malato.
Le giornate di lavoro erano di circa 15-18 ore al giorno, sempre sotto il sole cocente e sempre sotto sorveglianza. Qualunque occasione era buona per essere puniti, i castighi più usati erano la frusta o essere legati. Quelli che fuggivano venivano cercati dai “capitao do mato”, una figura di forte rilievo in questo periodo.
Il pranzo che veniva loro dato consisteva in una ciotola di fagioli, zucca, farina di mandioca e gli avanzi del maiale che i signori scartavano, dovevano essere forti per essere produttivi ma non si badava molto alla loro longevità.
Nelle fazendas c’era sempre un prete che celebrava la messa a cui dovevano partecipare pur non essendo cattolici, era comunque un occasione di riposo.
Le donne erano oggetto di sfogo da parte dei padroni e dei sorveglianti, dunque sempre soggette alla vendetta delle padrone. Sempre più frequenti i casi di nascite di bambini mulatti, allontanati dalla “casa grande” , ma per molte donne schiave queste gravidanze erano una speranza perché suo figlio potesse essere libero.
In città lo schiavo aveva più libertà di movimento, doveva svolgere compiti per il padrone, circolava più liberamente e questo ha facilitato sia la costruzione di una rete di solidarietà tra gli schiavi, sia il mantenimento delle loro tradizioni. Erano per lo più domestici, carpentieri, trasportatori, a volte venditori a servizio, venivano anche affittati dai propri padroni per intere giornate o per un semplice servizio.
Nel cammino verso l’abolizione, una delle prime leggi è stata quella del “ventre libre”, i figli nati da schiavi dopo il 1871 potevano essere liberi. Molti di loro, non sapendo leggere ignoravano i loro diritti, anche chi riusciva a conquistare la propria libertà non sapendo poi dove andare o cosa fare continuava a restare sotto padrone. Uno schiavo che riusciva a sopravvivere fino a 60 anni e poteva andarsene, generalmente moriva di fame, mendicando per le strade.
Per lo più la morte tra gli schiavi avveniva in età giovane, troppo sfruttamento, malattie frequenti, scarsa e inadeguata alimentazione erano le cause principali, frequenti anche i suicidi e la depressione “banzo”, non mangiavano più, scarsa efficienza mentale per la perdita della propria libertà, della propria famiglia, catapultati in un mondo che non era loro e a cui venivano sottoposti a continue torture fisiche, psicologiche e morali.
Nel 1888 la “lei aurea” decreta la fine della schiavitù. (prox puntata………..)

Ao contrário do que geralmente se pensa não foi a descoberta do novo mundo a abrir as portas da escravidão. Infelizmente, esta era já usada em várias partes do mundo, no Ocidente mas também em África era já uma prática conhecida. Após a descoberta do Brasil (e da América em geral) por volta de 1500, várias povoações foram criadas, primeiro por parte dos portugueses e depois pelos franceses e holandeses. Com a nova colonização, a introdução de novas culturas (principalmente tabaco e cana de açúcar) e, tendo em conta, a grande procura destes produtos, era necessária uma grande quantidade de mão-de-obra para o trabalho pesado. Inicialmente, tentaram usar os nativos locais mas estes foram considerados fisicamente inadequados e, para além disso, tinham uma alta taxa de mortalidade entre eles causada pelas novas doenças trazidas pelos conquistadores.
As novas descobertas geográficas e as viagens realizadas para o comércio de mercadorias conduziram à venda legal de seres humanos, em sua maioria africanos trazidos das Américas para o novo continente para serem explorados até à sua morte, durante cerca de 15 anos se tudo corresse bem.
Os europeus, entrando em contato com a prática norte-africana de fazer dos prisioneiros de guerra das outras tribos escravos, trocavam ou compravam esses escravos, muito mais adequados a suportar trabalho pesado (de um ponto de vista puramente físico).
Os escravos eram comprados, amarrados e amontoados nos porões dos navios. Às vezes, antes de encher a carga, passavam dias apavorados, com brancos que os ameaçavam numa língua incompreensível, não podendo comunicar entre eles, longe de suas casas e arrancados de suas famílias. Eram obrigados a subir, sem roupa e sem nenhum de seus amuletos de proteção, amassados e amontoados, se sentindo sós, perdidos e sem raízes. Eram batizados com novos nomes para serem importados pela cultura cristã, deviam esquecer seu país de origem e eram marcados no peito, ou nos braços ou nas pernas.
Numa só carga eram levados escravos de diferentes nações, tribos e famílias, de modo a que não pudessem conspirar juntos, nem falar uns com os outros e muitas vezes até já existiam rivalidades antigas entre eles. Isso ajudava os compradores a terem menos revoltas no porão, e dificultava a integração entre a população escrava. Levavam homens, mulheres para o trabalho doméstico e para satisfazer os proprietários e, às vezes, levavam até mesmo crianças.
Por toda a travessia do Atlântico, eram amontoados uns com os outros,apertados ao ponto de não se poderem sequer mexer, constantemente amarrados, recebiam para comer e beber apenas o mínimo indispensável para se manterem vivos.
Cerca de 15 por cento deles não conseguia sobreviver, os mortos eram jogados ao mar ou deixados ali onde estavam. Doenças, vômitos e diarréia eram a ordem do dia. As viagens duravam meses e cerca de dez dias antes da chegada, faziam-nos sair a céu aberto uma vez por dia durante cerca de uma hora para chegarem ao continente com ar mais saudável. Os traficantes tentavam manter o máximo possível de escravos vivos, pois quantas mais mortes houvessem menor era sua renda. Alguns cronistas registraram que era o mau cheiro do navio a avisar a chegada de uma nova carga.
As mulheres, muitas vezes, eram objeto de consumo para marinheiros e contrabandistas. Algumas que já partiam grávidas, eram forçadas a dar à luz nessas condições, a maioria via nascer um filho que em poucos dias morria.
A venda de escravos era feita diretamente nas redondezas dos portos, esperavam sentados sem um leito para descansar, empilhados, nus, homens e mulheres, o tempo necessário para serem comprados. Eram vistos e apalpados como animais, por vezes, lhes davam chicotadas para mostrar seu grau de agilidade. Eram escolhidos com base no trabalho que viriam a fazer, os que trabalhavam em casa também eram selecionados de acordo com sua beleza, para serem mais apresentaveis. Geralmente, os núcleos familiares eram separados.
As casas senzala eram cabanas com esteiras no chão, sem janelas e apenas buracos para permitir a circulação de ar e iluminação. Às vezes, os senhores estavam de olho nos casais, para que pudessem dar à luz novos braços para a mão-de-obra. Eles tinham roupas de ordem, de algodão branco cru. Uma peça de roupa era a única coisa que possuíam e tinha que durar anos.
Em algumas plantações os senhores davam-lhes um pequeno pedaço de terra para que cultivassem o que lhes servisse, os rendimentos eram metade para os patrões e outra metade para a alimentação ou vendidos em troca de cachaça, tabaco ou de um novo vestido. Quem conseguia ganhar o suficiente para comprar sua liberdade era em geral já muito velho e doente.
O quotidiano de trabalho era em torno das 15-18 horas por dia, sempre no sol quente e sempre sob vigilância. Todas as ocasiões eram boas para punir, a punição mais utilizada era o chicote ou ser amarrado. Os que fugiam eram procurados pelo “Capitão do Mato”, uma figura de grande importância neste período.
O almoço que lhes era dado consistia de um prato de feijão, abóbora, farinha de mandioca e o restante do porco que os senhores descartavam, tinham que ser fortes para serem produtivos, mas não se preocupavam muito com a sua longevidade.
Nas fazendas, havia sempre um padre que celebrava a missa na qual eles tinham que participar, apesar de não serem católicos, pelo menos era uma oportunidade de descansar.
As mulheres eram objecto de desafogo para os patrões e vigilantes, portanto, sempre sujeitas às vinganças do senhor. Havia casos cada vez mais freqüentes de nascimentos de crianças mulatas, longe da “casa grande”, mas para muitas mulheres esravas, essas gravidezes traziam a esperança de que seu filho pudesse um dia ser livre.
Na cidade, o escravo tinha mais liberdade de movimento, devia realizar tarefas para o seu senhor, mas circulava mais livremente, facilitando quer a construção de uma rede de solidariedade entre os escravos, quer a manutenção de suas tradições. Eles eram em sua maioria domésticos, carpinteiros, transportadores, às vezes, vendedores de plantão, eram também alugados por seus senhores por um dia inteiro ou para um serviço simples.
No caminho da abolição, uma das primeiras leis foi a da “barriga livre”, as crianças filhas de escravos depois de 1871 podiam ser livres. Muitos deles, não sabendo ler, ignoravam seus direitos, até mesmo aqueles que conseguiam ganhar sua liberdade não sabiam para onde ir ou o que fazer e continuavam sob o domínio do senhor. Um escravo que conseguia sobreviver até aos 60 anos podia sair livremente, mas geralmente morria de fome, mendiganda pelas ruas.
Na sua maioria, a morte entre os escravos acontecia em idade jovem, a exploração em excesso, doenças freqüentes, alimentação pobre e inadequada eram as principais causas, também freqüentes eram os suicídios e a depressão “banzo”, não comiam mais, baixa eficiência mental causada pela perda de sua liberdade, de suas famílias, jogados em um mundo que não era deles e no qual eles eram submetidos a constantes torturas físicas, psicológicas e morais.
Em 1888, a “lei aurea”, declara o fim da escravidão. (Continua na próxima edição….)

Contrary to what is generally thought, it was not the discovery of the new world to open the doors of slavery. It was unfortunately already in use in various parts of the world, in the Western world and also in Africa it was a known practice.
After the discovery of Brazil (and the America in general) around 1500, there were several settlements, first by the Portuguese and later by the French and Dutch. With the new colonization, the introduction of new crops (mainly tobacco and sugar cane) and considering the great demand for these products, a lot of manpower for heavy work was needed.
At first they tried to use local natives, but these were considered not physically suitable and there was a high mortality rate among them due to new diseases brought by the conquerors.
The new geographical discoveries and the journeys undertaken to trade goods led to the legal sale of human beings, mostly from Africa and then brought to the new continent, the Americas, to be exploited until their death, for around fifteen years if all went well.
Europeans coming into contact with the North African practice of enslaving the other tribes prisoners of war, traded or bought these slaves, much more suitable to withstand heavy work (from a purely physical point of view).
The slaves were bought, tied and piled up in the ship’s deck. Sometimes before the load was full, they passed days, terrified by the whites who threatened them in an incomprehensible language, unable to communicate with each other, away from their home and torn apart from their families. They went in the ship without clothing and their amulets for protections were taken away. Packed and piled up, they felt alone, lost and without roots. They were baptized with new names and imported into the Christian culture; they should forget their country of origin and were branded on the chest, arms or legs.
In a single load there were slaves from different nations, tribes and families, so that they could not conspire together and could not talk to each other, and many times there were already rivalries between them. This helped the buyers to have fewer riots in the deck, and made the integration of the slave population more difficult. Men, women for domestic tasks and to please the owners, and sometimes even children were taken.
During the trip of the Atlantic, slaves were crammed with each other, so tight that they could not even move, constantly tied up, they were given to drink and eat the bare minimum to survive.
Around 15 percent of the slaves could not survive; the dead were thrown overboard or left where they were. Diseases, vomiting, and diarrhea were the order of the day. The trips lasted months and about ten days before arrival, once a day, they were put out in the open air for about one hour so that they would look healthier at arrival in the mainland. The traffickers had to keep as many alive slaves as possible, the more deaths there were, the shorter their income would be. Some chroniclers recorded that it was the bad smell of the ship to alert for the arrival of a new load.
The women, many times, were the object of consumption for sailors and smugglers. Some that already departed pregnant were forced to give birth in those conditions and most saw their child die within very few days.
The sale of slaves was directly next to the port, they waited as much time as needed to be purchased, sitting down without a place to rest, piled up, naked men and women. They were seen and touched as animals; sometimes they were given whips to show their level of agility. They were chosen based on the work they would be doing, those who were going to work at home were also selected according to their beauty, so that they were more presentable, they were usually all separated from their families.
The Senzala houses were huts with mats on the floor, no windows and only holes to allow the air to circulate and lighting. Sometimes the owners had an eye on couples, so that they would bring to light new arms for labor. They used clothes of order, cotton raw white, and these clothes were the only thing they owned and should last years.
In some plantations the masters gave them a small piece of land to cultivate what they needed, half of what they made went to their master and the other half was used for food or sold in exchange for cachaça, tobacco, or a new dress. The ones that were able to earn enough to buy their freedom generally were too old and sick.
Working days were around 15-18 hours, always in the hot sun and always under surveillance. Any occasion was good to punish, the most frequently used punishments were whipping or tying up. Those who fled were searched by the “capitao do mato”, a figure of great importance in this period.
The meal that was given them consisted of a bowl of beans, pumpkin, manioc flour and the remainders of pork which the lords discarded, they had to be strong to be productive but not much attention was given to their longevity.
In the ranches there was always a priest who celebrated mass in which they had to participate despite not being Catholic, still it was a chance to rest.
The women were subject of relief for both bosses and supervisors, thus they were always subjected to the vengeance of the master. Cases of births of mulattos were increasing, away from the “big house”, but representing for many women hope that their son would one day be free.
In the city the slaves had more freedom, they had to carry out tasks for their master, circulating more freely, this facilitated the development of a solidarity network among slaves and the maintenance of their traditions. They were mostly domestic, carpenters, carriers, sometimes on duty sellers; they were also rented by their owners for the whole day or for a simple service.
On the way to the abolition, one of the first laws was the one of the “free belly”, children of slaves after 1871 could be free. But many slaves, not knowing how to read, ignored their rights, even those who could gain their freedom did not know where to go or what to do and so they proceeded with their owners. A slave who managed to survive up to 60 years could then leave and be free, but they usually starved to death, begging in the streets.
Mostly, the death among the slaves took place at a young age, too much exploitation, frequent illness, poor and inadequate nutrition were the main causes, also frequent suicide and “banzo” depression, did not eat anymore, poor mental efficiency due to the loss of their freedom, their families, thrown into a world that was not theirs and to which they were subjected to constant physical, psychological and moral torture.
In 1888 the “golden law” declares the end of slavery. (To be continued…..)
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Esta entrada foi publicada em 5ª EDIÇÃO, MAR 2013. ligação permanente.

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